Progetto "Memoria"
Memoria storica
Introduzione:
Il rapporto tra il libro di Asor Rosa e la “memoria storica”
è fondamentale: nel senso che l’autore fa diretto riferimento
solo ad alcuni eventi chiave del ventennio fascista, ma si capisce fin dall’inizio
che il romanzo si sviluppa su un sottinteso retroterra storico – politico,
con cui, noi studenti, dobbiamo inevitabilmente “fare i conti”.
Necessario, quindi, “ricostruire” (seppur sinteticamente) il
“panorama” italiano e internazionale che fa da sfondo al romanzo.
Ricostruzione
del panorama storico - politico
(1922-1945)
Le organizzazioni giovanili:
Asor Rosa inizia a raccontare da quando ha sei anni e frequenta una scuola
pubblica italiana di Roma, la città in cui vive. Poco dopo l’inizio
della scuola è costretto a prestare giuramento al Duce entrando così
a far parte dei così detti Figli della Lupa (dai 6 agli 8 anni);
I° gradino di una scala gerarchica che prosegue nei Balilla (dagli 8
ai 14), Avanguardisti (dai 14 ai 18) ed infine ai Fasci giovanili di combattimento
(dai 18 ai 21 anni). Discorso diverso per le bambine le quali venivano divise
fra Piccole Italiane e Giovani Fasciste.
Il sabato pomeriggio è il giorno delle adunate dove i ragazzi si
riunivano nel cortile della scuola con l’apposita divisa del gruppo
appartenente ma che comunque, a parte qualche particolare, l’uniforme
era comune a tutti: il fez nero sulla testa con il pon pon ciondolante sulle
spalle, la camicia nera di un tessuto lucido e pesante, le bandoliere bianche
strette sul petto da un fermaglio metallico che riproduceva la M, un fazzoletto
azzurro stretto intorno al collo chiuso da un medaglione finto argenteo
con il profilo del Duce, cintura, calzoncini corti neri, calzettoni grigio
– verdi di tipo militare e scarpe arrangiate in casa. Tutto questo
avveniva sotto gli occhi di genitori orgogliosi dei propri figli, eccezion
fatta per quei familiari che avevano dovuto abbassare la testa al fascio
iscrivendosi al partito solo per riuscire a non dare nell’occhio alla
burocrazia fascista.
Fin dal 1922, anno della Marcia su Roma, il principale obbiettivo di Mussolini
era quello di stabilizzare il regime nel Paese attraverso la “fascistizzazione”
della società; accanto alla creazione delle organizzazioni giovanili
sopra menzionate vennero creati moltissimi enti che avevano lo scopo di
controllare e di gestire ogni minuto della vita dei cittadini (un esempio
è l’opera nazionale del dopolavoro) seguendo ovviamente le
direttive impartite dal PNF.
La politica estera di Mussolini: avvicinamento Italia e Germania:
Raggiunto il proprio scopo il regime ebbe una decisa svolta nel 1932 quando
Mussolini decise di assumere la carica di Ministro degli esteri per provvedere
personalmente alla politica estera dell’Italia affinché essa
potesse guadagnare il ruolo di protagonista che le spettava soprattutto
in un momento così importante a livello internazionale.
Salito al potere, Hitler non aveva fatto mistero della propria volontà
di attuare una politica di potenza, in base alla teoria dello spazio vitale.
Questa teoria servì a giustificare la polemica contro l’ordine
internazionale stabilito a Versailles, verso il quale il Führer assunse
un atteggiamento di sempre più aperta destabilizzazione.
Nel 1933 la Germania uscì dalla Società delle Nazioni; nel
1935 Hitler diede inizio al riarmo, introdusse la coscrizione obbligatoria,
in violazione dei trattati di pace, e inviò le sue truppe in Renania
regione smilitarizzata. Erano chiare le aree verso le quali la Germania
mirava a estendere in prima istanza la propria influenza: l’Europa
orientale, i Balcani, l’Austria, cioè le tradizionali linee
direttrici dell’espansionismo tedesco. Questo atteggiamento della
Germania non poteva non essere fonte di preoccupazioni per l’Italia,
anch’essa interessata a un’espansione verso i Balcani.
Nel 1934 Mussolini vide in malo modo la tentata annessione dell’Austria
da parte di Hitler e l’anno successivo, lo stesso Mussolini, si unì
alle potenze occidentali nel condannare il riarmo tedesco e continuò
in questa fase a svolgere un ruolo di mediazione tra Francia e Gran Bretagna
da un lato e la Germania dall’altro. Ma con la guerra d’Etiopia
Mussolini finì con l’avvicinarsi sempre più a Hitler,
fino a firmare nell’ottobre 1936, l’accordo chiamato “Asse
Roma – Berlino”, che prevedeva l’allineamento della politica
estera di Italia e Germania.
Preparazione alla guerra
Nel marzo 1939 l’esercito tedesco entrò a Praga. In risposta,
per manifestare una propria autonomia d’iniziativa nei Balcani, Mussolini
decise di occupare l’Albania (1939). Nel maggio dello stesso anno
Italia e Germania strinsero il Patto d’acciaio, che impegnava i due
Paesi ad appoggiarsi militarmente in caso di conflitto.
Dopo il “colpo di Praga” le potenze occidentali mutarono linea
politica, assicurando la loro protezione alla Polonia, verso la quale Hitler
aveva spostato il suo interesse. Il conflitto era ormai alle porte, perché
un attacco tedesco alla Polonia avrebbe provocato la reazione anglo –
francese.
L’Italia: dalla non belligeranza all’intervento:
Mussolini era consapevole che in quel momento l’Italia non era in
condizioni di partecipare a un conflitto di quella portata, sia sotto il
profilo tecnologico e militare sia dal punto di vista economico. Così
il ministro degli esteri, Galeazzo Ciano, comunicò all’alleato
tedesco l’impossibilità di un intervento italiano prima del
1943; perciò, allo scoppio della guerra (il 1 settembre 1939 con
l’invasione alla Polonia), l’Italia aveva dichiarato la non
belligeranza (formula che significava l’astensione dal conflitto,
ma non la neutralità).
I travolgenti successi di Hitler posero a Mussolini il problema di quale
comportamento tenere; infatti Mussolini temeva l’irritazione del leader
tedesco, qualora l’Italia non avesse onorato il Patto d’acciaio,
e al tempo stesso desiderava partecipare ai profitti della vittoria. Fu
così che Mussolini cominciò ad accelerare i tempi della prevista
entrata in guerra; il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra,
attaccando l’ormai agonizzante Francia con modesti risultati.

Dichiarazione di guerra audio
(file .mp3
Kb 1.619)
Dichiarazione di guerra
testo integrale
(file .pdf
Kb 57)
La guerra parallela
La strategia italiana prevedeva una guerra parallela: nessuna operazione
in comune con l’alleato tedesco, ma azioni autonome che ipotecassero
un ampliamento dell’influenza nei Balcani e nel Mediterraneo.
Strategia destinata a rivelarsi fallimentare. Il 28 ottobre 1940 l’Italia
attaccò la Grecia, senza preavvertire la Germania, senza un’adeguata
preparazione militare, con insufficienti armamenti e attrezzature e l’incapacità
dei comandi. Questa situazione favorì ovviamente la Resistenza dei
greci. La situazione fu sbloccata dall’intervento di Hitler, che invase
la Jugoslavia (aprile 1941); quindi le truppe tedesche si ricongiunsero
con quelle italiane, stroncando la resistenza della Grecia. Per Hitler ciò
comportò l’egemonia sui Balcani. L’Italia invece ottenne
il controllo di alcune zone della Jugoslavia ma scontava anche la manifestata
impossibilità di condurre una guerra autonoma dalla Germania e la
completa subordinazione agli interessi militari e politici dell’alleato;
anche nel Mediterraneo e sul fronte africano la guerra si trasformò
di fatto in una guerra diretta dalla Germania.