Progetto "Memoria"
“Sullo sfondo, lungo la parete, s’aprivano due
- tre grandi cavità oscure… Da quelle cavità un fitto
via vai di persone… Il puzzo della morte, quando è particolarmente
forte, si materializza, si fa corposo, si può toccare,diventa esso
stesso una creatura vivente, una forza della terra. ”
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La lapide che si trova sul luogo del massacro delle Fosse Ardeatine
Il 23 marzo 1944 in un’azione di guerra a Roma in via Rasella, un gruppo di partigiani dei Gap uccideva 33 soldati del battaglione Bozen e ne feriva 38 facendo scoppiare una carica esplosiva e attaccando la colonna nemica con armi automatiche e il lancio di bombe da mortaio leggere. Accuratamente preparata, l’azione colpiva uno dei battaglioni specializzati in azioni di rappresaglia e faceva seguito a una serie di massacri perpetrati nei mesi precedenti dai tedeschi nelle zone intorno alla capitale ai danni di persone innocenti, spesso donne, vecchi e bambini.In seguito all’azione partigiana Hitler comunicò che Roma doveva essere interamente distrutta e tutta la popolazione deportata, ma subito dopo rettificò che per la vendetta sarebbe stato sufficiente radere al suolo l’intero quartiere nel quale si era svolta l’azione. Infine Kesselring e il comandante della piazza di Roma, Kurt Maeltzer, stabilirono le modalità della rappresaglia: dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso. L’ eccidio avvenne immediatamente e fu affidato al colonnello Herbert Kappler, coadiuvato dal capitano Priebke: il giorno dopo l’azione partigiana, 335 uomini furono uccisi alle fosse Ardeatine, ciascuno con un colpo alla nuca. La maggior parte delle vittime venne prelevata dal carcere di Regina Coeli e dal comando di via Tasso, cinquanta furono scelte e consegnate dal questore fascista Caruso.

L’entrata delle Fosse Ardeatine
L’operazione Shingle

Mappa dei piani di sbarco
Il 25 dicembre Churchill e Roosevelt pianificano a Cartagine l’operazione
Shingle più comunemente conosciuta come lo sbarco ad Anzio. Progettato
per il 20 gennaio, lo sbarco viene effettuato due giorni dopo alle ore 2.00
ma ciò che il leader inglese voleva gettare sulle spiagge laziali
(ovvero un gatto selvatico) si rilevò ben presto una balena arenata.
Lo scopo dell’offensiva americana era quello di tagliare le più
importanti vie di comunicazione ai tedeschi ma per capire l’importanza
che gli americani che gli anglo – americani diedero a questa operazione
bisogna soffermarci sulla preparazione allo sbarco: la popolazione locale
venne fatta sfollare addirittura dal settembre ’43 e portata in una
baraccopoli appositamente costruita; le acque del tirreno furono ripulite;
furono individuate con precisione le postazioni nemiche e cinque giorni
prima (il 17 gennaio) violenti bombardamenti “prepararono” il
territorio all’invasione americana. All’inizio gli americani
ebbero vita facile con i tedeschi, dato che quest’ultimi non si aspettavano
un’operazione del genere, e riuscirono a conquistare terreno prezioso;
ma la storia si ripete e inspiegabilmente, come fece l’armata bianca
nella guerra civile contro l’armata rossa, fermarono la propria avanzata
permettendo così ai propri nemici di organizzarsi. Questo sarà
un errore fatale che rallenterà ulteriormente la liberazione dell’intera
Italia. I tedeschi riusciranno a bloccare gli alleati; non solo, il loro
contrassalto era teso a ributtarli in mare e parzialmente ce la fecero.
A complicare ulteriormente le cose agli anglo – americani c’era
il tempo: le incessanti piogge avevano reso il terreno un acquitrino ed
era impossibile avanzare.
I tedeschi erano decisi a sfondare a tutti i costi le linee americane ma
sprecarono le proprie energie inutilmente in quanto le forze anglo –
americane, anche se in difficili condizioni, erano supportate dall’aviazione
militare e dai rinforzi provenienti dai più disparati paesi: Canada,
Nuova Zelanda,… .
Il 23 maggio 1944 inizia l’operazione finale e decisiva: l’operazione
Buffalo. Le forze anglo – americane riescono in pochi giorni a conquistare
cittadine strategicamente importanti (Cisterna e Aprilia per esempio) anche
grazie alle precedenti preparazioni d’artiglieria. L’esercito
tedesco di fronte alle continue sconfitte comincia a ritirarsi: la strada
per arrivare a Roma è aperta.
Il 4 giugno le truppe americane entrano nella capitale; ai lati delle strade
uomini e donne li abbracciano festanti e riconoscenti. Il calore della città
avrà esito positivo sulle truppe alleate ma quest’ultime dovranno
lasciare Roma per liberare il centro – nord del Paese: ci metteranno
un anno.
“… non si faceva che parlare dello sbarco, che
effettivamente era avvenuto lungo la costa tirrenica, forse a Nettuno, forse
ad Anzio, paesi dove i romani andavano da tempo immemorabile a fare i bagni
ed erano perciò a tutti ben noti. …”
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Gli anglo – americani si preparano per lo sbarco

Un mortaio americano nel corso della battaglia di Montecassino

Gli alleati si apprestano ad avanzare verso Roma

L’avanzata finale delle truppe americane a Roma
La fine della guerra in Italia
La liberazione del settentrione ha avuto tempi molto lunghi
soprattutto per due motivi: la forte caparbietà dei tedeschi che
cercavano di difendere le loro posizioni nel nord dell’Italia, nonostante
la continua avanzata degli anglo – americani, e la presenza dei “repubblichini”
ovvero i seguaci di quel Mussolini che, liberato dai tedeschi sul Gran Sasso
dove era stato confinato, aveva fondato insieme ai nazisti la Repubblica
Sociale di Salò che aveva il compito di reprimere l’azione
dei partigiani.
Proprio quest’ultimi hanno aiutato concretamente gli americani compiendo
azioni di rappresaglia contro gli occupanti subendo però ingenti
perdite e carneficine di massa che vedevano protagonisti in negativo anche
i civili (Fosse ardeatine).
Il 25 aprile 1945 l’Italia è completamente liberata, tre giorni
dopo Mussolini, che stava tentando di scappare con l’amante in Svizzera,
viene catturato a Dongo dai partigiani e fucilato all’istante. Il
suo corpo verrà esposto a piazzale Loreto davanti ad una folla inferocita.
Il dopoguerra politico
All’indomani della Liberazione, le forze politiche che avevano dato
vita ai Comitati di Liberazione Nazionali (C.L.N.) e portato avanti la Resistenza
si imposero definitivamente come protagonisti della vita politica italiana
assumendosi il compito di risolvere il problema istituzionale e di realizzare
la ricostruzione del Paese.
Il quadro politico risultò caratterizzato innanzi tutto da partiti
di massa, che, per l’estensione della loro rete organizzativa e il
numero degli iscritti diventarono i principali attori della politica nazionale.
Tali si presentarono, nell’immediato dopoguerra, il PSUPI; il P.C.
I., e la D.C. .
Il PSUPI (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), guidato
da Pietro Nenni, era un partito a base operaia e contadina cui non mancava
però anche un certo consenso da parte della piccola borghesia. Al
suo interno si opponevano due tendenze: quella rivoluzionaria e quella riformista
facendo rivivere lo storico travaglio della passata vita del socialismo
italiano. Il PCI (Partito Comunista Italiano) guidato da Palmiro Togliatti,
era stato il principale protagonista della lotta clandestina al fascismo
prima e della Resistenza poi.
Diversamente dai partiti comunisti sorti sul modello sovietico, non puntava
alla presa del potere con metodi rivoluzionari e alla instaurazione di una
società socialista. ma all’attuazione di un programma di “democrazia
progressiva” fondato su riforme strutturali, programma che avrebbe
dovuto consentire un superamento del capitalismo.
La DC (Democrazia Cristiana), erede del Partito Popolare di don Sturzo,
era guidata da Alcide De Gasperi e aspirava a rappresentare le masse cattoliche.
Il suo indirizzo programmatico si fondava sulla dottrina sociale del cattolicesimo
e su una concezione della società di tipo solidaristico e interclassista,
mirante a conciliare mercato ed equità sociale attraverso un moderato
riformismo.Vi erano poi i partiti minori. Il PLI (Partito Liberale Italiano)
si presentava come l’erede dei vecchi raggruppamenti liberali prefascisti
e annoverava tra i suoi dirigenti figure di elevata statura morale e culturale
quali il filosofo Benedetto Croce e l’economista Luigi Einaudi.
Il Partito d’Azione si proponeva come una formazione liberal –
socialista (diversi suoi esponenti provenivano dal movimento “Giustizia
e Libertà). In esso militavano alcuni tra i più prestigiosi
capi della Resistenza come Ferruccio Parri e numerosi intellettuali antifascisti.
Il fatto che non riuscì a darsi una base di massa e che risultò
penalizzato da una serie di contrasti interni tra l’anima liberale
e quella socialista determinò la sua breve esistenza (scomparve nel
1947): alcuni esponenti entreranno nel Partito Socialista, altri nel Partito
Repubblicano che si presentava come il continuatore della tradizione mazziniana
e il portatore dei valori della democrazia laica.
Vi era infine un’area politica di destra, ostile ai nuovi assetti
emergenti nel Paese: essa comprendeva: gruppi monarchici, nostalgici del
passato regime fascista che nel dicembre del 1946 si riorganizzarono fondato
il MSI (Movimento Sociale Italiano) e il Movimento dell’Uomo Qualunque
che, attraverso una rozza critica al sistema dei partiti in quanto tali
e il parlamentarismo, puntavano ad attaccare i partiti antifascisti del
CLN, accusati di voler imporre il loro predominio. Il movimento incontrò
un notevole quanto effimero successo (già nel 1947 era in declino).
Sulla scena vi erano poi forze che, pur non rivestendo istituzionalmente
un ruolo politico, erano in grado di influire sull’evoluzione degli
assetti del paese (Confindustria, CGIL, Chiesa Cattolica).
Indice del libro
La luce del crepuscolo
L'alba di un mondo nuovo